L’omicidio di Vittorio Bachelet

<<Per i viali e nelle aule dell’ateneo spesso era rimbalzata un’eco suggestiva; “Studenti e operai uniti nella lotta”. Sui muri dei corridoi e delle aule, tracciate in nero o in rosso, grida contro i “baroni”, la Democrazia cristiana, di sostegno alle Brigate rosse. Qualcuno ricordava ancora come una grande vittoria la cacciata del Lama, tre anni avanti. Ma ora molti non riuscivano a capire: la lotta scatenata dalle bierre e da altre organizzazioni clandestine andava aldilà delle personali convinzioni, delle infinite suggestioni politiche, dell’utopia. Era “armata”, e questo significava sparare, ferire, negli ultimi tempi, soprattutto uccidere[…].

La lezione nell’aula “Aldo Moro” della facoltà di Scienze politiche era finita alle 11:45 di quel soleggiato martedì 12 febbraio 1980. Le cronache riferivano che a Lake Placid si apriva l’Olimpiade della neve: 1200 gli atleti per 37 nazioni, ed era la prima volta della Cina: unica assente ingiustificata, l’atmosfera: la vita del maresciallo Tito era appesa a un filo e Belgrado attendeva con il fiato sospeso; la benzina aveva avuto un’impennata di 5 lire al litro; nel supercarcere di Palmi il giudice istruttore Gian Carlo Caselli, di Torino, cercava da Carlo Fioroni, la verità su Toni Negri e le Brigate rosse; le Alpi Apuane erano seriamente insidiate dalla speculazione. A Roma gli studenti sciamavano via, anche dalla facoltà di Scienze politiche. Le mani in tasca, lo sguardo mobile perché lui era uno curioso di tutto, il professor Vittorio Bachelet camminava lento per il corridoio seminterrato. Indossava un cappotto blu, niente borsa. A fianco, l’assistente, Rosy Bindi, un gruppo di studenti. “Sono indeciso: non so se andare a casa o restare ancora qua dentro per mettere a posto ancora qualche altra cosa”. Cinquantaquattro anni, era ordinario di Diritto amministrativo, assiduo in facoltà, soprattutto nel periodo di esami e lauree, come quello[…].

Un cattolico, della generazione nata fra la fine del Ventennio nero e il dopoguerra. Suo fratello Paolo era il cappellano della cittadella universitaria, l’altro fratello, Adolfo, era un gesuita: parlava nelle carceri con i detenuti politici[…].

Il professore era stato militante nei movimenti culturali di Azione Cattolica, la Fuci e il Movimento laureati; alla sua formazione avevano contribuito le grandi figure degli assistenti montiniani delle Fuci. Si era specializzato nel campo del diritto pubblico applicato ai problemi dell’economia[…].

La porta a vetri della facoltà era in fondo, oltre la scala, socchiusa. Gruppi di ragazzi incrociavano i due docenti, o li seguivano. C’erano voci, confusione, allegria. E c’erano gli assassini. Due dovevano compiere l’agguato, altri, forse tre, erano d’appoggio, ma sarebbero intervenuti solo se qualcosa fosse andato storto.

“Attenzione, ora”, mormorò il ragazzo, robusto, giaccone e copricapo di lana, nella mano un sacchetto.

“Pronta”, rispose la ragazza, giaccone, pantaloni, stivali, cappello di lana, libri e borsa sulla spalla destra.

Come se avessero fretta di uscire nel sole, erano andati avanti, oltre la porta. Ma sul pianerottolo si erano fatti raggiungere dai due docenti. A quel punto lei aveva afferrato Bachelet per la spalla sinistra e lo aveva fatto girare verso di sé. Ora Anna Laura Braghetti impugnava una pistola 7,65 bifilare con silenziatore. Senza una parola, gliela aveva puntata e aveva sparato, undici volte. Il professore era piombato sul pianerottolo, nella caduta aveva perduto gli occhiali. Lo avevano centrato sette proiettili, uno al cuore, uno alla nuca[…].

Le lezioni erano state interrotte, nessuno poteva uscire o entrare nello “Studium urbis”, com’è scritto sul marmo dell’edificio centrale della cittadella. La polizia scientifica cercava di mettere insieme le troppe tessere del mosaico. Sandro Pertini era accorso all’università e, davanti al lenzuolo bianco che copriva il corpo del professore, aveva quasi urlato: “Ce l’hanno col nostro Paese! Ma, per Dio, qualcuno avrà visto, qualcuno saprà: se non parla è un vile![…]

 

Fonte: Dalle pagg. 261-263, Qui Brigate Rosse – Il racconto, le voci, di Vincenzo Tessandori.

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