Luchino Chessa racconta la tragedia del Moby Prince

Essendo poco più che un neonato, la tragedia del Moby Prince nel 1991 non la ricordo e, anzi, non ho mai avuto la curiosità necessaria per approfondire la questione. Negli ultimi tempi però, ho dato credito a una parte della mia coscienza che intende conoscere oltre ogni limite, così utilizzando Tempuss, ho prima girato una scena della mia presentazione video alla targa apposta all’agenzia Toremar di Livorno e poi intervistato Luchino Chessa, figlio del comandante Ugo Chessa, il quale mi ha raccontato cosa successe il 10 Aprile 1991 a largo del porto di Livorno.

Di seguito le sue parole..

  1. Nel ringraziarla per aver deciso di rilasciare un’intervista a Tempuss, partirei col domandarle chi è lei e come è collegato alla tragedia del Moby Prince.

<<Luchino Chessa, anni 56, figlio del Comandante del Moby Prince, Ugo Chessa. Medico, docente universitario>>

  1. Nel 1991 avevo un anno; i miei genitori ricordano sempre che un incendio divampò al porto…, ma nonostante questo, il fatto vero non l’ho mai compreso ne approfondito. Questo vale per me e, credo, per molti della mia generazione. Potrebbe spiegarmi, in sintesi, cosa avvenne quella notte? Chi furono i protagonisti della tragedia?

<<Era una tranquilla notte di primavera, il 10 aprile del 1991. Il traghetto Moby Prince lasciò gli ormeggi alle 22 circa e, uscito dal porto di Livorno, dopo circa 25 minuti andò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo. Né scaturì un incendio sia a bordo della petroliera che del traghetto, ma mentre tutti i soccorsi si diressero verso la petroliera, il Moby Prince non venne identificato se non dopo un’ora circa . Nel frattempo sul traghetto i membri dell’equipaggio e i passeggeri si erano raccolti nella salone centrale, il salone Delux, in attesa di soccorsi, purtroppo mai arrivati. Nessuno salì sul traghetto, se non alle tre del mattino, ma solo per gettare una gomena di un rimorchiatore per trasportare il Moby Prince in porto. Molti erano vivi e hanno avuto modo di spostarsi in più parti del traghetto, ma alla fine, a parte il mozzo, Alessio Bertrand che si era gettato in mare ed era stato recuperato da una pilotina e il cameriere Esposito che venne trovato morto annegato in mare, gli altri 139 morirono bruciati dopo ore in attesa vana di soccorsi.>>

  1. Cosa successe subito dopo la strage? Cosa si ricorda di quei giorni?

<<Ho scoperto della tragedia la mattina dell’11 aprile sentendo il notiziario locale delle 7. Nessuno mi ha avvertito! A fine mattinata sono arrivato alla stazione marittima di Livorno insieme a tutti gli altri familiari e da quel momento è iniziato il calvario del riconoscimento dei corpi. Ricordo disperazione, tristezza; ho ancora nel naso l’odore della carne bruciata, negli occhi i sacchi con i corpi bruciati, le autopsie, l’attesa di sapere qualcosa.>>

  1. Da quanto so, la vicenda è ancora avvolta nel mistero; in questi 25 anni quali sono stati i passaggi fondamentali per scoprire la verità? Può farci un elenco anno per anno dei passi in avanti fatti? E, come mai la verità non è mai saltata fuori?

<<La verità è ancora nascosta. Almeno secondo le versioni ufficiali.

Da sempre la tragedia del Moby Prince è stata semplificata come un banale incidente del mare, nebbia, alta velocità, distrazione del comando del traghetto. Una verità costruita ad arte per non far emergere altre verità nascoste.

Siamo passati da una inchiesta sommaria della Capitaneria di Porto, organo deputato al controllo del porto, depositata dopo venti giorni dalla tragedia, alle successive indagini della procura di Livorno, per arrivare al processo di primo grado, aperto nel novembre del 1995 con quattro imputati, il terzo o ufficiale di coperta dell’Agip Abruzzo, Valentino Rolla, per non aver azionato i dispositivi anti-incendio, il Comandante in seconda, Angelo Cedro, l’Ufficiale di Guardia, Lorenzo Checcacci, della Capitaneria di porto, per non aver attivato i soccorsi con tempestività, il marinaio della sala radio della Capitaneria di Porto, Gianluigi Spartano, per non aver trasmesso il MayDay del Moby Prince. Ebbene dopo due anni il tutto venne chiuso con l’assoluzione degli imputati perché “il fatto non sussiste”. Rimase però la nebbia, la velocità del traghetto, la disattenzione del comandante Ugo Chessa, infangato anche da morto.

Neanche il successivo processo di secondo grado, pur evidenziando le mancanze e le omissioni del primo processo, riesce a discostarsi dalla verità costruita nelle aule del tribunale.

Nel 2006 venne riaperta una inchiesta bis sulla base di una nostra richiesta, motivata dallo stato del porto di Livorno di quella maledetta notte per la presenza di numerose navi militari e militarizzate americane proveniente dalla guerra del Golfo, cariche di armamenti per la base NATO di Camp Darby.

Ma la pietra tombale su possibili verità nascoste venne messa nel maggio 2010 con le conclusioni della richiesta di archiviazione: traghetto veloce, superficialità e disattenzione del comando del traghetto, comparsa repentina di un banco di nebbia sulla petroliera e successiva collisione. Ma l’aspetto più inquietante è evidenziabile nelle ultime frasi riportate nella richiesta di archiviazione dove si pone l’accento sul nostro comportamento, per aver a tutti i costi fatto riaprire le indagini sulla base di determinismi e nessi causali eclatanti, clamorosi e di alto livello e per aver in tal modo dissipato risorse preziose, aver fatto riaprire ferite mai rimarginate, creato illusioni nei vivi e ucciso i morti una seconda volta e fare altre vittime innocenti, infine per costruire un pessimo esercizio del servizio Giustizia.

Per noi è stato un colpo mortale, ma è stato lo stimolo per andare avanti e da quel momento la nostra lotta è diventata ancora più tenace anche grazie alla preziosa collaborazione dello Studio Forense Bardazza che ha ripreso tutte le carte processuali rivisitando punto per tutto quello che era stato fatto. Ebbene dal lavoro dei periti è uscito un documento che comincia a svelare le verità nascoste da anni di indagini e processi farsa.

Grazie al lavoro del nostro team di periti è stato redatto un documento tecnico base per coagulare sotto un unico disegno di legge alla base della successiva commissione di inchiesta parlamentare approvata in Senato il 22 luglio del 2015. Tra i vari capisaldi del lavoro tecnico ricordo la assenza di nebbia, la posizione della petroliera in una zona di divieto di ancoraggio, l’orientamento della stessa e la rotta del Moby Prince completamente diverse da quelle processuali, la sopravvivenza a bordo del traghetto per ore, ben oltre i 30 minuti, lasso di tempo utile per scagionare i soccorsi avvenuti con ritardo enorme e in modo caotico.>>

  1. Cosa resta oggi di quella tragedia? Secondo lei il Paese ha imparato a guarire le ferite di questo tipo oppure ogni volta è come ripartire da zero?

<<Mi sembra purtroppo che il Paese non abbia imparato alcunché. Da questa strage cosi come dalle altre innumerevoli stragi che hanno insanguinato l’Italia negli anni. Manca la memoria storica e un paese senza memoria storica non può essere considerato pienamente democratico.>>

  1. Se si trovasse di fronte una platea di giovanissimi, i quali le domandassero cosa fu la tragedia del Moby Prince, cosa le risponderebbe?

<<Non è facile rispondere. Come docente universitario ogni anno in occasione delle lezioni nei vari corsi di laurea chiedo ai ragazzi cosa sanno della tragedia del Moby Prince e vedo solo occhi persi nel vuoto. E allora comincio a raccontare. Ma prima di tutto premetto che noi familiari non abbiamo la verità in tasca e che gli organi deputati alla ricerca della verità e della giustizia hanno da sempre semplificato la tragedia del Moby Prince come un banale incidente di mare.>>

Nel ringraziare Luchino Chessa invito tutte le persone interessante a rimanere in contatto con i familiari delle vittime, attraverso il sito mobyprince.it

Image courtesy of informarexresistere.fr