La scrittrice della Sardegna; Grazia Deledda

Grazia Deledda è una di quelle scrittrici, protagoniste del Verismo di Giovanni Verga, che a scuola sfiori, ossia ne senti parlare, la riconduci al movimento verghiano, ma non la approfondisci completamente, poiché “dobbiamo andare avanti, fare il programma…”.

Invece Grazia Deledda come del resto Matilde Serao sono state due donne del Sud, Campania e Sardegna, che tanto hanno dato al mondo della letteratura italiana e del giornalismo.

Grazia Deledda nel 1926 vinse il Premio Nobel e dieci anni dopo, proprio il giorno dell’Assunzione della Madonna, morì a Roma, ove viveva con il marito e i figli.

Adesso riposa a Nuoro, sua città natale.

Tra il 1903 e il 1922, Grazia Deledda visse il periodo più florido come scrittice; scrisse infatti Cenere(1904), l’Edera(1908), Colombi e Sparvieri(1912), Canne al Vento(1913) e molti altri.

Qui di seguito, alcune righe di Cenere, da cui venne tratto un film con Eleonora Duse.

<<Cadeva la notte di San Giovanni. Olì uscì dalla cantoniera biancheggiante sull’orlo dello stradale che da Nuoro conduce a Mamojada, e s’avviò pei campi. Era una ragazza quindicenne, alta e bella, con due grandi occhi felini, glauchi e un po’ obliqui, e la bocca voluttuosa il cui labbro inferiore, spaccato nel mezzo, pareva composto da due ciliegie. Dalla cuffietta rossa, legata sotto il mento sporgente, uscivano due bende di lucidi capelli neri attortigliati intorno alle orecchie: questa acconciatura ed il costume pittoresco, dalla sottana rossa e il corsettino di broccato che sosteneva il seno con due punte ricurve, davano alla fanciulla una grazia orientale. Fra le dita cerchiate di anellini di metallo, Olì recava striscie di scarlatto e nastri coi quali voleva segnare i fiori di San Giovanni, cioè i cespugli di verbasco, di timo e d’asfodelo da cogliere l’indomani all’alba per farne medicinali ed amuleti.

D’altronde Olì pensava che anche non segnando i cespugli che voleva cogliere, nessuno glieli avrebbe toccati: i campi intorno alla cantoniera dove ella viveva col padre ed i fratellini, erano completamente deserti. Solo in lontananza una casa campestre in rovina emergeva da un campo di grano, come uno scoglio in un lago verde. Nella campagna intorno moriva la selvaggia primavera sarda: si sfogliavano i fiori dell’asfodelo e i grappoli d’oro della ginestra; le rose impallidivano nelle macchie, l’erba ingialliva, un caldo odore di fieno profumava l’aria grave.

La via lattea e l’ultimo splendore dell’orizzonte, fasciato da una striscia verdastra e rosea che pareva il mare lontano, rendevano la notte chiara come un crepuscolo. Vicino al fiume, la cui acqua scarsissima rifletteva le stelle e il cielo violaceo, Olì trovò due dei suoi fratellini che cercavano grilli.

«A casa! Subito!», ella disse con la sua bella voce ancora infantile.

«No!», rispose uno dei bimbi.

«Allora voi non vedrete spalancarsi il cielo, stanotte! I bimbi buoni, nella notte di San Giovanni vedono aprirsi il cielo e poi vedono il paradiso e il Signore e gli angeli e lo Spirito Santo… Ma voi vedrete un cornino se non andate a casa subito.»

«Andiamo», disse pensieroso uno dei bimbi. L’altro protestò ancora un po’, ma finì col lasciarsi condurre via dal fratello.

Olì andò oltre: oltre l’alveo del fiume, oltre il sentiero, oltre le macchie di olivastro: qua e là si curvava e legava con un nastro le cime di qualche cespuglio, poi si rizzava e scrutava la notte con lo sguardo acuto dei suoi occhi felini.

Il cuore le balzava forte, d’ansia, di timore e di gioia. La notte fragrante invitava all’amore e Olì amava, Olì aveva quindici anni e con la scusa di segnare i fiori di San Giovanni andava ad un convegno amoroso.

Sei mesi prima, una sera d’inverno, un giovane contadino, mezzadro d’un ricco proprietario nuorese a cui appartenevano i campi intorno alla casa in rovina, era entrato nella cantoniera per chiedere un po’ di fuoco. Era un giovane alto, con lunghi capelli neri lucidi d’olio: i suoi occhi nerissimi non si lasciavano quasi guardare, tanto erano luminosi, e soltanto Olì poteva fissarli con i suoi, che non si abbassavano davanti a nessuno.

Il cantoniere, uomo ancora giovane ma già grigio, stanco di fatiche, di affanni e di miseria, accolse benevolmente il contadino, gli diede una pietra focaia, lo interrogò sul suo padrone e lo invitò a tornare sempre che voleva.

Da quella sera il contadino frequentò assiduamente la cantoniera: nelle sere piovose raccontava storielle ai bambini raccolti intorno al focolare fumoso, e ad Olì insegnò i posti ove meglio crescevano i funghi e le erbe mangereccie.

Un giorno egli trasse la fanciulla fin verso un avanzo di nuraghe, sopra un’altura, fra macchie coperte di bacche rosse, e le disse che fra i blocchi della tomba gigantesca stava nascosto un tesoro.

«Eppoi so di tanti altri accusorgios», egli disse con voce grave, mentre Olì coglieva finocchi selvatici; «io finirò bene col trovarne uno, ed allora…»

«E allora?», chiese Olì, un po’ beffarda, sollevando gli occhi che al riflesso del paesaggio parevano verdi.

«Allora me ne andrò lontano; e se tu vorrai venir con me ti porterò via, in Continente. Io conosco bene il Continente, perché è da poco tempo che ho finito il servizio militare. Sono stato a Roma e poi in Calabria ed in altri posti ancora. Là tutto è bello… Se tu verrai…»>>

Se in questi giorni siete in vacanza in Sardegna, nei pressi di Nuoro, fate un salto a onorare la salma di Grazia Deledda.

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